Il Brasile di Dilma ferma la destra

 

 Geraldina Colotti, 27.10.2014 “Il Manifesto”

Brasile. Vittoria di misura, la più stretta nella recente storia brasiliana. I mercati e la classe media in agguato

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I festeggiamenti dell'elettorato di Dilma a Porto Alegre

 © Reuters

 

 

Non passa la destra in Bra­sile. Al secondo turno di dome­nica, Dilma Rous­seff, can­di­data per il Par­tito dei lavo­ra­tori (Pt) ha vinto sull’avversario Aecio Neves, del Par­tito della social­de­mo­cra­zia bra­si­liana (Psdb) col 51,64% con­tro il 48,36%. E si con­ferma pre­si­dente. Il Psdb ha otte­nuto il suo miglior risul­tato degli ultimi dodici anni, ma ha subito la sua quarta scon­fitta con­se­cu­tiva con il Pt, che governa dal 2003. Per Dilma, comun­que una vit­to­ria dif­fi­cile, che ha fatto regi­strare il mar­gine più stretto di tutta la recente sto­ria bra­si­liana: nel bal­lot­tag­gio del 2006, Lula ha scon­fitto il can­di­dato del Psdb, Geraldo Alck­min, con oltre 20 punti di scarto (61 a 309%). La stessa Dilma ha inflitto 12 punti di distanza a José Serra (56 a 44%) al secondo turno del 2010. Un dato che i gior­nali di destra ora enfa­tiz­zano, per pre­sen­tare un paese diviso e fram­men­tato e per spin­gere il pro­gramma del Pt verso un’ulteriore assun­zione dell’agenda neoliberista.

E il segnale che arriva dai «mer­cati», è chiaro: le azioni della com­pa­gnia petro­li­fera di stato, Petro­bras, dopo la vit­to­ria di Rous­seff sono scese al punto più basso degli ultimi sette mesi. Sta­ti­sti­che, flut­tua­zioni di borsa e dati eco­no­mici sono peral­tro stati al cen­tro di una cam­pa­gna elet­to­rale con­si­de­rata tra le più con­flit­tuali e decisive.

Di certo, l’opposizione a Rous­seff ha ampliato la sua influenza nei governi regio­nali: ha vinto in 9 dei 14 stati nei quali si è votato per il bal­lot­tag­gio, com­presa Bra­si­lia e Rio Grande do Sul, il quinto mag­gior col­le­gio elet­to­rale del paese, con circa 8,4 milioni di votanti, non­ché tra­di­zio­nale bastione della sini­stra e del Pt. La sua capi­tale, Porto Ale­gre, è stata un punto di rife­ri­mento sim­bo­lico per i movi­menti alter­mon­dia­li­sti. E Tarso Genro, figura sto­rica del Pt, ex mini­stro e amico per­so­nale dell’ex pre­si­dente Lula da Silva, ha perso con il 38,79% con­tro José Ivo Sar­tori, del Pmdb il quale, con l’appoggio di altre forze con­ser­va­trici, ha otte­nuto il 61,21%. A Bra­si­lia, dove si sono sfi­dati al bal­lot­tag­gio due can­di­dati di oppo­si­zione, ha vinto Rodrigo Rol­lem­berg, del Par­tito socia­li­sta bra­si­liano (Psb) con il 55,56% con­tro Jofran Fre­jat, del Par­tito della repub­blica (Pr), che ha otte­nuto il 44,44%. Rol­lem­berg guida il Psb al Senato e durante la cam­pa­gna ha avuto un forte appog­gio da Marina Silva, ini­zial­mente più favo­rita di Neves alle pre­si­den­ziali. L’opposizione ha con­qui­stato anche impor­tanti regioni agri­cole come Goias e Mato Grosso do Sul, e così pure negli stati amaz­zo­nici di Ama­zo­nas, Para, Roraima e Amapa.

Il Pt e suoi alleati hanno vinto nello stato amaz­zo­nico di Acre e nelle zone più povere del paese, come a Ceara e Para­iba. La vit­to­ria più signi­fi­ca­tiva, il Pt l’ha otte­nuta a Minas Gerais, il secondo stato più popo­loso del Bra­sile, dove Aecio Neves è stato gover­na­tore tra il 2003 e il 2007, ora scon­fitto da Fer­nando Pimen­tel. Minas Gerais è stato gover­nato dalla destra fin dal ritorno alla demo­cra­zia, nel 1985, e ora per la prima volta sarà diretto dal Pt.

A livello isti­tu­zio­nale, Rous­seff dovrà quindi met­tersi d’impegno per garan­tire l’approfondimento delle riforme che ha pro­messo. Den­tro e oltre il dato elet­to­rale, c’è però il segnale che le piazze hanno man­dato al Pt di Rous­seff durante le pro­te­ste per la pre­pa­ra­zione dei mon­diali di cal­cio: la neces­sità di pro­fonde riforme strut­tu­rali in un paese che ha fatto passi avanti ma è ancora preda di pro­fonde disu­gua­glianze. Anche le destre chie­dono un cam­bia­mento, però nel senso di que­gli aggiu­sta­menti strut­tu­rali che piac­ciono al Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e alla Banca mon­diale. E, per quanto il ritmo del Pt sia note­vol­mente più blando e diverso da quello intra­preso nella parte più «rossa» del con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano, Dilma ha pro­messo di ascol­tare il mes­sag­gio della piazza: quello dei movi­menti, che chie­dono un refe­ren­dum per un’assemblea costi­tuente, e quello delle mino­ranze, che l’hanno votata per paura di un ritorno alle posi­zioni retro­grade avan­zate dalla destra di Neves.

Più dif­fi­cile sarà far fronte alle richie­ste della «classe media» che, in Bra­sile come nel resto dell’America latina pro­gres­si­sta, dopo aver usu­fruito dei van­taggi delle poli­ti­che eco­no­mi­che a favore dei meno favo­riti, ora chiede più benes­sere e, all’occorrenza, si volge altrove. «Ai gio­vani che non si inte­res­sano più alla poli­tica dico di fare atten­zione, per­ché il peri­colo mag­giore viene invece da quelli che alla poli­tica ci ten­gono troppo», ha detto l’ex pre­si­dente Lula durante la cam­pa­gna elettorale.

Dilma ha pro­messo che nella sua nuova gestione di governo affron­terà la riforma del sistema poli­tico e elet­to­rale, per risol­vere le distor­sioni del modello rap­pre­sen­ta­tivo e favo­rire la par­te­ci­pa­zione popo­lare. E ha accolto con favore le pro­po­ste pre­sen­tate dal Movi­mento senza terra e dalle altre orga­niz­za­zioni sociali. Ha garan­tito mag­giori risorse nell’area edu­ca­tiva e sani­ta­ria mediante una più forte distri­bu­zione della ren­dita petro­li­fera, ha pro­messo una riforma dei ser­vizi pub­blici e il raf­for­za­mento dei piani sociali rivolti ai ceti popo­lari. Ha anche pro­messo un più forte impe­gno nel riscatto della memo­ria sto­rica attra­verso un mag­gior impulso alla Com­mis­sione per la verità che indaga sui cri­mini com­messi durante la dit­ta­tura. Non a caso, le potenti aggre­ga­zioni degli ex mili­tari erano scese in campo per soste­nere Neves. Dilma ha anche pro­messo di impe­gnarsi a fondo nella lotta con­tro la cor­ru­zione, altro tema avan­zato dalle piazze e mate­ria di scon­tro elettorale.

Ma il punto che più agita i sonni delle destre è quello dell’integrazione regio­nale. Neves avrebbe voluto vol­tare le spalle al Mer­co­sur, il blocco com­mer­ciale di cui fa parte il Bra­sile, con Vene­zuela, Argen­tina, Uru­guay e Para­guay e che esige il con­senso degli altri mem­bri per even­tuali nego­ziati esterni. Anzi­ché tor­nare a guar­dare agli Usa e alla Ue, Dilma ha assi­cu­rato che appro­fon­dirà le rela­zioni «sud-sud».